Con la cultura non si mangia? La storia del Pensatoio
“Con la cultura non si mangia”
Giulio Tremonti (forse)
Questa è la battuta attribuita a un ex ministro dell’economia.
Ricordo ancora quando la lessi per la prima volta.
Come sarebbe – pensai amareggiato – che in un paese come l’Italia, con il suo sterminato patrimonio culturale, artistico e storico, non si possa fare una seria politica economica basata sulla cultura?
Qualcosa non mi tornava.
Ci sono molti casi evidenti in cui con la cultura si mangia, e anche bene.
Gli Uffizi nel 2023 hanno fatturato circa 60 milioni di euro (fonte).
Il giardino dei libri è un e-commerce molto profittevole e non vende scarpe, ma libri.
Le università italiane chiudono i bilanci annuali con ampi margini.
A quanto pare, cultura e fatturato possono entrare in dialogo.
Sulla base di questa intuizione, nel 2012 mi venne un’idea per arrotondare il mio stipendio di insegnante.
Proporre corsi di formazione serali per adulti.
Stava nascendo il Pensatoio.

Il sottotitolo del progetto divenne “Pensatoio. Cibo per la mente”.
Il tema del mangiare con la cultura ritornava (eh eh).
Ma il primo ostacolo si presentò immediatamente, dovevo capire dove svolgere i corsi.
Non avevo aule, non avevo un posto, non avevo banchi e sedie.
La soluzione? Chiedere l’uso serale di una normalissima scuola.
Le scuole sono edifici giganteschi e sotto-utilizzati. Dalle 13 in poi sono vuoti fino al giorno dopo1.
Feci la mia proposta alla dirigente di una scuola, che si convinse della bontà del progetto e mi diede il suo supporto.
Ora avevo un luogo.

Una volta ottenuto il luogo dove svolgere i corsi serali, si presentò il secondo ostacolo, chi avrebbe tenuto i corsi?
Come avrei pagato questi professionisti, visto che non avevo il becco di un quattrino? Come li avrei convinti a partecipare al progetto senza avere nessuna leva economica, per lo meno all’inizio?
Mi guardai intorno. Chiesi in giro. Chiamai persone che conoscevano altre persone che conoscevano altre persone.
Si aprì un vaso pieno di sorprese.
Intorno a me c’erano professionisti in gamba, con dei curriculum da paura. E non lo sapeva nessuno.
Un ragazzo inglese di Londra aveva sposato un’italiana e vivevano a due passi da me. Bene, se ti va tu terrai il corso di inglese di conversazione con madre-lingua.
Una sarta della mia zona aveva collaborato con grandi nomi della moda italiana. Bene, se ci stai mettiamo in piedi il corso di sartoria.
Un conoscente amava fare viaggi in giro per il mondo per fare reportage fotografici. Bene, se il progetto ti piace, ti affido il corso di fotografia, consigliando i corsisti anche su come passare le dogane, cosa portare in valigia, come preparare una spedizione per fotografare i leopardi in Africa.

Per il piccolo dettaglio dei pagamenti, la mia proposta salvaguardava tutte le parti in causa con un accordo.
Proponiamo il corso, se raggiungiamo un numero minimo di iscritti, si parte e ci sarà un riconoscimento economico. Se non raggiungiamo il numero minimo di iscritti, il corso non parte e amici come prima.
All’apice del Pensatoio, avevo a catalogo 31 corsi di formazione nelle aree tematiche di lingue, arti & mestieri, cultura, informatica, economia.
Dico all’apice perchè questa storia non si chiude con il lieto fine.
Ma torniamo a noi.
Le cose procedevano, il mio progetto prendeva forma. Avevo il luogo, avevo il chi, ora dovevo far conoscere la nostra proposta e raggiungere eventuali interessati.
La prova di realtà. La mia idea che dal cielo delle idee scende e si scontra con la polvere della terra.
Ci sarà interesse? La gente sarà disposta a pagare per un corso? Avranno voglia di uscire di sera non per bere qualcosa con gli amici, ma per studiare?
Così mi occupai anche di marketing. Puoi immaginare un insegnante di filosofia quanto ne sappia di marketing.
Feci dei volantini, li portavo in giro nei bar, nelle edicole, nei centri commerciali. Avevo iniziato a fare delle sponsorizzate su Facebook, più o meno a caso, non sapevo neanche cosa stavo facendo.
Ma in qualche modo la notizia si diffuse, segno che c’era del potenziale.
Alla serata di presentazione del progetto, avevo il concreto timore che non venisse nessuno.
Per fortuna le cose andarono diversamente.

Da quel momento, per lunghi anni, il Pensatoio divenne la scuola degli adulti.
La notizia si diffuse. Il modello funzionava. C’era movimento di persone, interesse per le nostre proposte, un conto economico in attivo.
Avevo studenti che si facevano quasi 100 chilometri per partecipare a certi nostri corsi, così particolari che non si trovavano da altre parti.

Siamo alla fine di questa storia: la mazzata che mi costrinse a chiudere.
Sto parlando della pandemia. Anche noi siamo andati in lockdown totale, come tutte le scuole e come molte attività lavorative.
Erano giorni concitati. I corsi erano partiti da poco, le quote di iscrizione erano state raccolte.
Ma nessuno sapeva bene cosa sarebbe successo. Aspettare qualche settimana e ripartire coi corsi? Rimborsare tutte le quote agli studenti? Trasferire tutto online e provare a fare le lezioni in video-conferenza?
Per correttezza rimborsai le quote, annullai i corsi e restai in attesa degli sviluppi della pandemia.
I lockdown si susseguivano, un po’ si apriva, un po’ si chiudeva.
Alla fine persi l’entusiasmo, devo dire la verità. L’incertezza mi stava logorando. Dovevo contattare decine di persone tra docenti e studenti, spiegando cose che non sapevo nemmeno io. Non sapevo quando saremmo ripartiti, ad esempio.
Feci un ultimo tentativo, trasformai tutti i corsi in presenza in corsi online. Ma non era la stessa cosa.
Non perchè la formazione online non possa funzionare, anzi per quanto mi riguarda la formazione online è una figata pazzesca.
Ma il Pensatoio aveva una struttura diversa, una proposta diversa, una cultura diversa, fatta fin da subito di presenza fisica.
Alla fine decisi di chiudere il Pensatoio. Ho tenuto online il comunicato finale, in cui dopo quasi 10 anni, annunciavo la definitiva sospensione delle nostre proposte formative.
L’avventura del Pensatoio terminava così.
Devo dire che l’esperienza è stata fondamentale per la mia crescita.
Avevo imparato molte cose utili, anche se le lezioni più preziose, come sempre, erano quelle dove avevo fallito. Un corso che non aveva suscitato nessun interesse (zero iscritti). Un cliente perso per una gestione superficiale da parte mia di una sua richiesta. Un docente che aveva deciso di lasciare il progetto e non avevo saputo sostituirlo. Cose così.
Tutta questa esperienza accumulata nel corso degli anni poteva tornare utile anche ad altri. Forse avrei potuto fare consulenza per aziende di formazione.
Un nuovo capitolo si stava aprendo, sulle ceneri di quello vecchio.
Un saluto!
Leonardo Bugada

P.S
Per far conoscere il Pensatoio e perchè mi divertivo un sacco, organizzai anche una festa di primavera in un parco.

C’era un angolo ristoro. Per i grigliatori feci fare dei grembiuli, modificando una famosa citazione di Cartesio. “Penso dunque sono” divenne “Cucino dunque sono”.

- Poco tempo fa ho scoperto che una startup inglese, School Space, ha avuto la stessa idea. Usare le scuole quando non ci sono gli studenti per fare attività extra scolastiche. ↩︎
